IL 1799 A POTENZA

Potenza 1799:
L’albero della libertà

La rivoluzione repubblicana del 1799 a Potenza fu caratterizzata dalla partecipazione del clero che per la prima volta, tralasciato l’abituale comportamento moderato e neutrale, si pose al centro degli avvenimenti. La Basilicata, nel processo di nascita della repubblica, fra le province meridionali fu il “Dipartimento il più democratico della Terra” come scrisse Vincenzo Cuoco nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”. Ciò costituisce un vero e proprio caso storico poiché la Basilicata, soffocata dal fiscalismo borbonico, diede vita ad un moto rivoluzionario il più “diffuso, spontaneo e duraturo”. Purtroppo l’incendio sviluppatosi nell’archivio diocesano di Potenza ha distrutto molti documenti relativi al periodo 1783 – 1805 causando un grave e incolmabile vuoto temporale. Notizie utili per ricostruire gli avvenimenti del 1799 a Potenza si attingono da altri documenti come per esempio: atti di processi intentati contro i “rei di Stato”, atti notarili, archivi parrocchiali di altre località. Figura di riferimento in tale breve sconvolgente periodo fu Giovanni Andrea Serrao, vescovo di Potenza dal 1783 al 1799, nominato non già dalla Santa Sede bensì dal re di Napoli che aveva la prerogativa di eleggere i vescovi del proprio territorio in base al concordato del 1741 e in attuazione delle istanze autonomistiche del regalismo borbonico. Serrao, animato da un forte rigorismo morale di derivazione giansenista e dal profondo desiderio di soccorrere i poveri e i diseredati, si impegnò a fondo per la rinascita della vita ecclesiastica con la presenza assidua in ogni attività della sua diocesi, ricostruì la cattedrale, pubblicò il “COMPENDIO DELLA DOTTRINA CRISTIANA”, attivò il seminario diocesano che divenne centro propulsore delle nuove idee dell’Illuminismo del quale Serrao fu portatore e sostenitore. Nel gennaio del 1799, sollecitato dal Direttorio della Repubblica Partenopea a capeggiare la rivolta antiborbonica, si adoperò senza remora alcuna per la nascita della repubblica rivoluzionaria e, pur confermando i suoi interessi religiosi, politici e sociali, si rese autonomo dalla monarchia borbonica di cui era stato attivo e fedele servitore. Convocò il parlamento popolare, pronunziò un fervente discorso a favore della repubblica e fece innalzare a Potenza l’albero della libertà, simbolo del mutato ordine delle cose. Il tre febbraio del 1799, in un inverno straordinariamente freddo, a Potenza fu costituita la Municipalità democratica e popolare che, caratterizzata da un’articolata composizione socio-professionale, ebbe come presidente, con voto unanime, Domenico Vignola, Vicario e Arciprete della Cattedrale. Artefici del successo furono i sacerdoti potentini, all’uopo definiti liberali, che misero in campo un forte attivismo, adeguata preparazione religiosa e culturale, attenta cura delle anime e, quali componenti delle Municipalità democratiche, seppero essere determinanti e decisivi. Inoltre un ruolo fondamentale nei fatti del 1799 a Potenza lo svolsero i più autorevoli e ricchi signori della città quali i Viggiani, gli Addone, gli Scafarelli, i Vaglio e gli Assisi che molto si adoperarono per la nascita della nuova istituzione con la collaborazione di civili e maestri di bottega. Dopo poco però gli eventi a Potenza precipitarono e la Municipalità entrò in crisi per vari fattori: l’incerta azione amministrativa, la mancanza sia di homines novi veri artefici del cambiamento sociale che di un preciso quadro sociale e politico di riferimento, i conflitti interni alle componenti della Municipalità e fra questa e gli altri strati sociali, una deludente attività legislativa e soprattutto la paura per l’incombente arrivo dell’armata sanfedista e reale del Cardinale Ruffo deciso a ripristinare il potere dei Borboni e l’antico ordine delle cose. Il 24 febbraio Andrea Serrao, ammalato, fu assassinato nel suo letto da milizie borboniche entrate di prepotenza nel Vescovado e con lui fu ucciso Antonio Serra Rettore del Seminario di Potenza. Le loro teste, issate su aste, furono esposte al pubblico ludibrio. Poco tempo dopo gli esponenti delle più autorevoli famiglie potentine con i civili e i maestri di bottega liberarono la città dalle milizie borboniche che intanto avevano minacciato saccheggi e richiesta di danaro. Questi i fatti paucis verbis accaduti a Potenza nei primi mesi del 1799. Tali avvenimenti fecero nascere nella mente degli uomini illuminati del tempo l’idea della democrazia tuttavia illusoria perché presto infranta dalla ineludibile incapacità delle popolazioni locali di comprenderne i contenuti liberali. L’albero della libertà, simbolo della repubblica e quindi della libertà, fraternità e uguaglianza, piantato in un territorio molto arretrato culturalmente ed economicamente, fu un albero senza radici. Tuttavia si partirà da questo fallimento per dar vita al processo Risorgimentale e gettare le basi di uno Stato libero e democratico.

Si vuole a questo punto dare un’anima ai fatti storici affidandoli alla penna di un grande poeta e scrittore contemporaneo, il lucano Giulio Stolfi che narra gli avvenimenti del 1799 a Potenza nel suo romanzo, pubblicato postumo, “L’Albero senza radici – Ed. Osanna ottobre 2009”. Il testo che segue in carattere corsivo è la trascrizione di alcuni passi dell’opera dell’Autore.

Sottile striscia di casupole sormontate dalla sagoma ardita dei campanili, piccolo borgo arrampicato sulla cresta di un colle impervio nell’arco ampissimo dei monti dell’Appennino lucano, così appariva la città di Potenza sul cadere del secolo XVIII. Fra la cinta delle mura, nelle viuzze strette contorte, così tracciate affinché il vento non le prendesse d’infilata, la vita era assai difficile soprattutto negli interminabili inverni allorché ammulinata dalla tramontana, la neve cementava gli usci come ad imprimere definitivo suggello sepolcrale sul tenace respiro che ancora alitava in quegli abituri ed i poveri, per salvarsi, avevano bisogno più di fuoco che di pane. Il silenzio e la paura, librati su quelle ali minacciose, incedendo con la sicurezza di quei passi guardinghi, avevano già guadagnato il cuore della città, forieri di eventi dolorosi. Impregnato di gelo, calando dalle cime nevose, il vento flagellava la mole cupa del Duomo, massa grigiastra dominante l’antica cinta delle fortificazioni al ciglio di un’erta sterposa. Al culmine dello scalone a ventaglio il portone della cattedrale era aperto per accogliere chi volesse cercare il conforto della preghiera ma non erano in molti ad avventurarsi per le strade nel freddo intenso di quel tramonto di gennaio.

Dietro i vetri appannati (del Vescovado), Andrea Serrao guardava una striscia opalina tremolante fra la nuvolaglia sul cocuzzolo di Montocchio, in rilievo sulla linea appena ondulata delle dorsali del nord. “Montocchio, che nome strano” pensò il Vescovo. Strano, ma suggestivo, come se indicasse nella gibbosità rugosa un occhio smisurato di ciclope, enucleato dal resto del corpo. Nella contemplazione di quel risalto roccioso, tutta una serie di riflessioni incominciò ad occupare la mente del vecchio. I pensieri del Vescovo tornavano incessantemente a quel rettangolo di carta. Non c’era alcuna possibilità di allontanare il momento temuto, nessuna divagazione poteva rimandare la decisione che doveva adottare inevitabilmente al più presto, come imponevano le frasi del messaggio. “Dio, ispirami” mormorò Serrao. Facendosi animo lesse meccanicamente l’intestazione, e subito corse alla firma, chiusa in uno svolazzo arrogante REPUBBLICA PARTENOPEA… DIRETTORIO NAPOLITANO … 24 GENNAIO 1799 … Il Direttorio chiedeva a Serrao di prendere saldamente in pugno le fila della rivolta antiborbonica e di porsi a capo del movimento, proclamando la repubblica anche a Potenza. Erano noti – diceva il messaggio – li spiriti liberali del Vescovo: considerasse l’autorità di cui era investito, per il suo sacro ministero e per l’estimazione del popolo e le responsabilità che ne derivavano in un momento cruciale. Da lui era lecito attendersi quella risolutezza che avrebbe assicurato alla Lucania l’ordine e la tranquillità nel quadro delle nuove istituzioni, spezzando gli ultimi residui di un regime universalmente condannato. (Serrao affermò) “Sì, conosco ciò che diranno: scagnozzo liberale, giacobino sacrilego, sacerdote indegno, giansenista. Non me ne curo. Se sbaglio, troverò il castigo dapprima nella mia coscienza e, dopo, innanzi al tribunale di Dio. Corrisponderò alla fiducia del Direttorio ma, prima di tutto a quella delle anime affidate alle mie cure. Sono vescovo – è vero – per le pressioni del re, ma lo sono prima di tutto per volontà di Dio. Ora i tempi sono maturi, ora è il momento di trasformare questo paese decrepito e marcio in una società di uomini degni di tal nome, perché così vuole l’Onnipotente.” (Favorirono il cambiamento) l’inettitudine della monarchia, l’abbandono In cui erano state lasciate le popolazioni, la libertà che finalmente veniva a relegare il potere borbonico nelle tenebre di un passato di dolore e di vergogna. (Serrao disse) “Viviamo in una società che non ha saputo sciogliere i nodi che l’avvincono ad un sistema di privilegi, di prevaricazioni, una società ipocrita e sostanzialmente pagana. E quando questa società cade finalmente in crisi, che facciamo, per chi prendiamo posizione? Possiamo trincerarci in un superbo isolamento? No, noi abbiamo l’obbligo di facilitare questo processo di svecchiamento attraverso la nostra attiva presenza. Dovrà essere eletta una Municipalità repubblicana, anche nella nostra città, ed in questo organismo noi dobbiamo essere rappresentati, con uomini di nostra fiducia, che ad esso diano l’impronta dell’istanza cristiana. Nella nostra regione il clero deve rappresentare, appunto, un’avanguardia, la favilla che annunzia un grande incendio, perché qui, più che altrove, c’é bisogno della vampata purificatrice. E non importa se nel rogo noi inceneriremo le nostre esistenze, purché sia resa testimonianza alla verità.” 

La proclamazione della repubblica non era evento che potesse esaurirsi con l’enunciazione formale di una libertà priva di contenuto. Serrao sapeva che, dopo ci sarebbe stato da operare per un mutamento radicale, poiché non sarebbe stato sufficiente un mero trapasso di poteri senza presa sulla realtà, non sarebbe bastato che alcuni uomini si fossero sostituiti ad altri. L’intervento di Serrao non era guardato senza sospetto appunto perché il Vescovo era la rinnovata espressione dell’antico spirito popolare della Chiesa di Potenza. Epperò, tutti avevano finito con l’inchinarsi innanzi alla personalità del Vescovo dandogli atto dello straordinario coraggio con cui si apprestava ad assumersi il peso e la responsabilità della rottura con il vecchio regime. In quella piazza (Sedile) il popolo si adunava nei pubblici parlamenti e lì quella mattina (3 febbraio 1799) era stata eletta la Municipalità. Secondo i desideri di Serrao, essa era stata composta con i rappresentanti delle varie categorie sociali ed a presiederla era stato chiamato Don Domenico Vignola, Vicario della Diocesi ed Arciprete della Cattedrale. In piazza era stato piantato l’Albero della Libertà con il berretto frigio “Ricorderemo questo tre febbraio per molto tempo, come si ricorda la nascita del proprio figlio” (dice uno del popolo).

Antonio Capriglione e i suoi (sbandati delle truppe borboniche, provenienti dalla Calabria) erano giunti (in vista di Potenza) alla fine del faticoso errare tra monti aspri, a volte coperti di boscaglie, a volte denudati, franosi. Per miglia e miglia gli alberi erano tanto folti da far pensare che mai la luce del sole fosse riuscita a rompere la loro ombra. “Io, Antonio Capriglione io non mi perdo di coraggio checché accada: Sì l’dea di raggiungere Potenza è stata mia e vi ho spiegato il perché: il Vescovo Serrao è calabrese come noi. A quanto ne so, ha in pugno la città, la sua parola è legge. Questi sono tempi per gli audaci; un pugno di uomini decisi può afferrare la fortuna per il ciuffo, ma ci vuole astuzia, prontezza e disciplina, sì, disciplina come se foste ancora al reggimento. C’è aria di tempesta e fra poco si scatenerà il finimondo. Qual è la strada più breve?” “Mi pare che ci sia un sentiero a manca, (risponde il figlio Gennaro) e poi dovremmo tagliare a monte della strada, per un canalone che dovrebbe portarci diritti in città”. Il ponte levatoio era calato, la porta aperta; non c’era guardia. Ma subito, innanzi ai loro occhi si parò uno spettacolo inatteso: la via – doveva essere la principale, benché fosse strettissima – era ornata di archi di abete, di nastri multicolori e di lampioncini di carta. Presero per una stradicciola secondaria, senza incontrare anima viva, e sboccarono nella piazza: il berretto in cima all’albero era ridotto ad un mucchietto di neve, sotto cui trasparivano striature purpuree, come di sangue recente. “Ecco di che festa si tratta” esclamò Antonio. Che roba è? Mi pare l’albero della cuccagna (disse un seguace) “una cuccagna che finirà presto” rise Antonio, torvo. Costeggiarono la porta di San Giovanni, scorsero la porta semiaperta di un’osteria. “Entriamo” disse Antonio “un bicchiere, ma che sia uno solo, ce lo meritiamo”. Antonio a voce alta chiese: “Dov’è il Vescovado? Monsignor Serrao è nostro compatriota, di Calabria come noi, e vorremmo rendergli omaggio.” “E’ qui vicino” spiegò Brigida (padrona dell’osteria) “appena svoltate il palazzo del Conte lo vedrete non potete sbagliarvi”. “Se non è chiedere troppo, tutti questi archi, ed il berretto in piazza, di che si tratta?” disse Antonio. “A Potenza è stata proclamata la repubblica, non lo sapete?” si meravigliò Anna (figlia di Brigida). Replicò Brigida “Tutti sono entusiasti. Infine, se il Vescovo in persona ha benedetto l’albero della libertà, allora nessuno può trovar da ridire.” “Naturalmente” assentì Antonio con amabilità. “In fondo, è giusto: il re non c’è più, sparito, così!” e schioccò le dita. Da una tasca interna dell’uniforme trasse un pugno di danaro e lo sparpagliò sul banco: “Arrivederci, bella donna”. (Antonio Capriglione) Da quando ha messo piede a Potenza ha mirato unicamente al giorno in cui avrebbe potuto togliersi la maschera, a capo di un’accolta di violenti autorizzati a portare le armi, ha preso tanto ardire che nessuno a Potenza può ritenersi al sicuro, nessuno è al riparo della sua prepotenza.

Serrao era a letto: la gamba gli pesava come piombo dolente; stava scontando le conseguenze degli strapazzi affrontati negli ultimi giorni. “Devi persuaderti” diceva a se stesso “che il tuo ciclo su questa terra sta per giungere al termine; l’energia che credi ancora di possedere è fittizia: il corpo è logoro, sei come una vecchia rozza che fa un ultimo disperato sforzo e poi stramazza, sfiancata, fra le stanghe del carro”. In quel mentre entrò il segretario. Serrao, immerso nei suoi pensieri, non lo aveva sentito bussare: “Monsignore” si scusò Don Leonardo “ho temuto che stesse male e mi sono deciso. Mi perdoni. Forse stava dormendo? “No“ rispose Serrao dolcemente “ho piacere di vederti. Siedi. Fammi compagnia. Che dice la gente?” “C’è stata una vera processione – sorrise il segretario – una processione che sembrava non dovesse aver fine. Ognuno aveva un problema speciale da sottoporre; chi sa cosa si attendono dalla repubblica … forse le soverchie speranze sono pericolose. Qualcuno ha creduto di cambiare condizione da un momento all’altro, e naturalmente non si dà pace. Altri invece si sentono trascurati, ed ardono dal desiderio di far valere le proprie capacità, ma la gran parte lamenta vecchi soprusi che ha dovuto subire mordendo il freno. La libertà tutto dovrebbe sanare, per prodigio” .

“Abbi pazienza” disse Serrao
“gli uomini liberi non si improvvisano.
Ci vuole una lunga pratica della democrazia per trasformare i sudditi in cittadini
”.

“Sì, una lunga pratica” motteggiò Don Leonardo “Ma lasciamo perdere…poco fa si è presentato un gruppo a cui non ho saputo dire di no. Sembra che vengano dall’altro capo del mondo: sono talmente sozzi che non si capisce di che colore sia la loro pelle.” “Da dove vengono” si informò Serrao “e chi sono?” “Dicono di essere fucilieri regi sbandati. Sono venuti a Potenza perché sanno che lei è calabrese. Sì. Sono di Calabria.” “Ora falli entrare” – disse il Vescovo -. Un sentore di stalla, di panni sporchi, di sudore riempì la piccola stanza e don Leonardo storse il naso. Antonio Capriglione in silenzio, come se l’emozione gli impedisse di proferire parola, si precipitò a baciare la mano del Vescovo. Anche gli altri subito fecero a gara ad inginocchiarsi attorno al letto. “Don Leonardo” disse il Vescovo “ti affido questi uomini. Abbine cura. Desidero che non rimpiangano di essere venuti nella nostra città.” “Puoi contarci, Monsignore” disse don Leonardo, secco, e li accompagnò alla porta. (Il vescovo diceva fra sé) “Dovrò mettere ordine fra le mie cose” pensò “Quando si sta per partire e forse io sto per partire, è bene non lasciare confusione.” Il corso dei suoi pensieri fu troncato di colpo da un vociare confuso, che veniva dalle scale, e poi si udì un colpo di pistola, ed un grido straziante. Serrao trasalì: era la morte che saliva con quei passi pesanti, su quelle voci rauche? Portò lo sguardo sul crocefisso di avorio: “Signore” mormorò “Se la mia ultima ora è giunta, dammi forza: accogli la mia anima.”  La porta si aprì di schianto ed una torma inferocita irruppe nello studio con la pistola in pugno, Antonio Capriglione si piantò innanzi al vecchio “Che cerchi” disse Serrao “che cerchi, armato, in questa dimora di pace?” “Monsignore” rispose Capriglione “il popolo ti vuol morto.” Serrao prese il crocifisso e lo alzò, con mano ferma: “Ti benedico, benedico te ed il popolo…” Lo sparo gli arrestò la frase sulle labbra e crollò pesantemente. Nella caduta il crocifisso gli sfuggì dalle mani; mentre la vita lo abbandonava, Serrao si trascinò sul pavimento, per toccare la croce, ma uno spasimo atroce lo inchiodò ed un fiotto di sangue gli bruttò il mento; allora volse lo sguardo ai suoi assassini e gorgogliò “Dio mio perdonami, e perdona anche loro…” Poi allargò le braccia e sbarrò gli occhi. In quel momento una figura coperta di sangue si fece largo tra i calabresi esterrefatti. Barcollando, incespicando, don Leonardo avanzò fino al cadavere del vescovo e si lasciò cadere in ginocchio. Con gli occhi appannati guardò per l’ultima volta Serrao e tese una mano per chiudergli gli occhi, ma le forze gli mancarono e si accasciò, senza vita. “Aveva la pelle dura costui” fece ferocemente Capriglione “voglio le loro teste. Su, sbrigatevi.” Con il macabro trofeo delle teste delle vittime confitte sulle picche, i calabresi mossero verso il Seminario. Il rettore Serra morì con la stessa dignità con cui aveva vissuto: prima di cadere implorò affinché fossero risparmiati i suoi allievi.

Serrao non chiedeva vendetta: voleva invece che il suo sangue desse frutto, che dal suo sacrificio germogliasse una messe di pace; la libertà che egli cercava era la libertà di Cristo, la libertà innanzi tutto dal male e dall’odio, libertà che deve crescere in noi, giorno per giorno, gettando radici nel nostro cuore.

Maria Raffaella Pennacchia
Autrice del testo

Maria Raffaella Pennacchia è nata e vive a Potenza. Ha conseguito la maturità classica nel locale Ginnasio Liceo Statale “Quinto Orazio Flacco”. Si è laureata con ottimi voti in FIlosofia nell’Università degli Studi Federico II di Napoli. Titolare di cattedra per oltre un quarantennio, ha insegnato materie letterarie negli Istituti secondari di secondo grado. Ha pubblicato articoli su riviste specializzate di didattica e di attività associative e culturali. Socia fondatrice del Lioness Club di Potenza e del Lions Club Potenza Pretoria del quale è stata Presidente 100% nell’anno sociale 1993-1994 e tuttora condivide e sostiene con zelo e passione le finalità del Lions Clubs Internatioinal. Nell’anno sociale 1993-1994 ha ottenuto il Melvin Jones Fellow. Ha ricoperto diversi incarichi distrettuali, circoscrizionali e di Club. È Presidente della Società Dante Alighieri Comitato di Potenza dal 2008.