IL GRAFFITO POLISTRATO

Il graffito polistrato. Origini, tecniche, particolarità

Il graffito affonda le sue radici nell’antichità, molto prima di assurgere a tecnica artigianale e artistica. Il nome deriva dai termini latini “graphium” e “stilum” per indicare un’incisione eseguita con una punta su una superfice dura.

Il disegno o l’iscrizione incisi sulla superficie di un oggetto, e più spesso sulle pareti di edifici, o anche su roccia, sono un uso che risale a tempi preistorici (vedi le incisioni rupestri, le grotte del paleolitico, i graffiti di Pompei o delle catacombe, attraverso le quali in maniera spontanea si “scrivevano” e raccontavano, con linguaggio semplice e immediato, scene di caccia, di guerra e accadimenti vari, acquisendo così nel tempo un valore documentario del passato, di gusti, modi, abbigliamenti, musiche, caratteristici di un determinato periodo o di un’epoca.

Da questa sua origine popolare, il graffito ha assunto poi un carattere più artigianale, divenendo una vera e propria tecnica di decorazione (detta anche decorazione a sgraffio), usata specialmente nei secoli 15° e 16° per abbellire le facciate dei palazzi con scene, figure e trofei di ispirazione classica e ornati con motivi vegetali.

Consisteva nello stendere sopra il muro uno strato di intonaco scuro, che veniva ricoperto con un secondo strato di intonaco bianco o rosso, sul quale, con uno strumento appuntito (sgraffio), si incideva il disegno, togliendo la calce bianca in modo da lasciare scoperto il sottostante strato bruno, cosicché le immagini si delineavano grazie al contrasto tra i due colori.

E’ stato però il Maestro Giuseppe Antonello Leone a elaborare e sperimentare per la prima volta una nuova tecnica, su di uno strato di dieci intonaci di differente colore, giungendo alla realizzazione di graffiti con malta polistrato.

Questa tecnica, oggi divulgata dalla Scuola del Graffito di Montemurro sorta in onore di Leone, consente di avere una tavolozza di colori preordinata e di togliere via via intonaci che non servono fino ad ottenere l’effetto desiderato.

Essa ha varie prerogative. Si può scavare in diagonale sino ad ottenere un taglio di colori diversi che consente di avere un piccolo rilievo a strati; si può lavorare cercando lo strato di colore giusto per formare la figura desiderata; si può definire un campo di colore e cercarlo solo scavando; si può definire una linea di colore e lasciarla andare tra le pieghe della composizione solo graffiando lo strato non desiderato.

Per la sua natura occorre che sia preparato su di uno strato di cemento debolmente armato che fa da base, il tutto alloggiato in una cornice di ferro che ne contiene la base e i bordi, successivamente occorre che siano allocati, su queste base, opportunamente essiccata, strati di colore quanti se ne vogliono formati da una pellicola di intonaco di pochi millimetri.

La tecnica coinvolge antichi mestieri, fabbri e muratori e segue un disciplinare preciso di esecuzione da parte degli artisti. Il territorio della Val d’Agri ne è coprotagonista per l’uso di una sabbia del quaternario, presente a Montemurro nella contrada Deserti, utilizzata per l’impasto della malta insieme alla calce e ai pigmenti naturali per definire il colore.

Franco Corbisiero
Autore dei graffiti

Franco Corbisiero nasce a Calvello il 31 dicembre 1949. Si forma presso l’Istituto statale d’arte di Potenza dove diviene allievo di Maria Padula e Antonello Leone.
Sceglie di continuare a vivere a Potenza, svolgendo però una professione molto lontana dal mondo dell’arte, che lo conduce, come direttore di banca, in luoghi diversi della Basilicata, mutando frequentemente la sede della propria attività. Nonostante questo non smette mai di dipingere e di ricercare una propria “cifra stilistica”, sperimentando tecniche artistiche che spaziano dall’acquerello, all’olio, all’acquaforte, sino ad affinare una tecnica materica “per sottrazione” del tutto inedita e personale.